La tutela dei lavoratori permane in una situazione in cui un'impresa sia trasferita in seguito ad una dichiarazione di fallimento nell'ambito di un pre-pack (CGUE, Sez. III, Sent. 22 giugno 2017, C-126/16)

La Corte di Giustizia ha deciso che la tutela dei lavoratori permane in una situazione in cui un'impresa sia trasferita in seguito ad una dichiarazione di fallimento nell'ambito di un pre-pack, preparato anteriormente a detta dichiarazione e realizzato immediatamente dopo la pronuncia di fallimento.

Nella presente Newsletter analizziamo i passaggi principali della sentenza.

Vi auguriamo buona lettura.

Alessandro Honert
Avvocato
Rechtsanwalt

Chiara Fiorini
Avvocato
Gestore dell’OCC presso l’Ordine degli Avvocati di Bologna

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Alessandro Honert

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Chiara Fiorini

I fatti

L'Estro Groep BV era, fino al suo fallimento, la principale società di giardini d'infanzia nei Paesi Bassi. La società contava circa 380 stabilimenti su tutto il territorio nazionale e impiegava circa 3.600 lavoratori. Nel mese di novembre 2013 diveniva prevedibile che Estro Groep non sarebbe più stata in grado di adempiere i propri obblighi dall´estate del 2014.

Pertanto, la società procedeva ad elaborare un piano denominato "progetto Butterfly" che prevedeva la ripresa di una parte significativa dell'Estro Groep in seguito ad un cosiddetto “pre-pack”, ovvero una transazione sugli attivi di un’impresa in crisi (una cessione), che è predisposta prima dell’apertura di una procedura d’insolvenza (generalmente un fallimento) con il concorso di un amministratore (in talune giurisdizioni nominato da un tribunale) e che è, normalmente, effettuata immediatamente dopo l’apertura della procedura d’insolvenza.

In concreto, Estro Groep progettava la ripresa di 243 dei 380 centri, il mantenimento dell'impiego per circa 2.500 lavoratori su un totale di circa 3.600 e la continuità del servizio in tutti gli stabilimenti nel mese di luglio 2014. Ai fini della realizzazione del progetto Estro Groep ha contattato, come potenziale acquirente, unicamente la H.I.G. Capital, consociata del suo azionista principale Bayside Capital. Non è stata vagliata nessun'altra opzione potenziale.

Il 5 giugno 2014 l'Estro Groep ha adito il Rechtbank Amsterdam (Tribunale di Amsterdam, Paesi Bassi) chiedendogli di provvedere alla nomina di un curatore designato. Questi è stato nominato il 10 giugno 2014. Il 20 giugno 2014 è stata costituita la Smallsteps per subentrare, per conto della H.I.G. Capital, in gran parte delle attività dei giardini d'infanzia dell'Estro Groep nell'ambito del progetto Butterfly.

Il 5 luglio 2014 è stato pronunciato il fallimento della società. In pari data, il 5 luglio 2014, il curatore e la Smallsteps hanno stipulato un pre-pack ai sensi del quale quest'ultima ha acquistato circa 250 stabilimenti dell'Estro Groep e si è impegnata a offrire un impiego a circa 2.600 lavoratori dell'Estro Groep il giorno della pronuncia di fallimento. Il 7 luglio 2014 il curatore ha licenziato tutti i lavoratori dell'Estro Groep. A circa 2.600 lavoratori precedentemente impiegati all'Estro Groep è stato offerto un nuovo contratto di lavoro dalla Smallsteps, mentre oltre mille di essi sono stati licenziati.

Un sindacato olandese e quattro lavoratori che lavoravano in alcuni centri rilevati dalla Smallsteps, ai  quali dopo la pronuncia di fallimento dell'Estro Groep non sono stati offerti nuovi contratti di lavoro, hanno proposto un ricorso davanti al Giudice del Tribunale di Amsterdam al fine di fare accertare che la direttiva 2001/23 si applica al pre-pack concluso tra l'Estro Groep e la Smallsteps e che, quindi, si dovesse concludere circa la sussistenza di un rapporto di lavoro tra i quattro lavoratori ricorrenti e la Smallsteps.

La decisione

La Corte rileva innanzitutto che la direttiva 2001/23 mira a tutelare i lavoratori e che a tal fine, l'articolo 4, paragrafo 1, di detta direttiva, tutela i lavoratori contro i licenziamenti effettuati dal cedente o dal cessionario unicamente a causa di detto trasferimento. Precisa poi la Corte che deroga a ciò l'articolo 5, paragrafo 1, della direttiva 2001/23 stabilisce che il regime di tutela non si applica ad i) alcun trasferimento di imprese, stabilimenti o parti di imprese o di stabilimenti nel caso in cui il cedente sia oggetto di una procedura fallimentare o di una procedura di insolvenza analoga aperta in vista della liquidazione dei beni del cedente stesso e ii) qualora si svolgano sotto il controllo di un’autorità pubblica competente, a meno che gli Stati membri non dispongano diversamente.

Tanto premesso la Corte precisa che l'operazione di pre-pack “è, certamente, preparata prima della dichiarazione di fallimento, ma è attuata successivamente a quest'ultimo. Tale operazione, che implica il fallimento effettivo, perciò, può rientrare nella nozione di "procedura fallimentare" ai sensi dell'articolo 5, paragrafo 1, della direttiva 2001/23.”

Nel contempo, però, la Corte sottolinea che ai fini dell’applicabilità dell'articolo 5, paragrafo 1, della direttiva 2001/23, è necessario che la procedura fallimentare o l'analoga procedura d'insolvenza sia aperta al fine di liquidare i beni del cedente, mentre una procedura che miri al proseguimento dell'attività dell'impresa interessata non soddisfa tale condizione.

Nella fattispecie esaminata, la Corte ha evidenziato come l'operazione di pre-pack mirava a preparare la cessione dell'impresa nei minimi dettagli per permettere la ripresa rapida delle unità economicamente sostenibili dell'impresa dopo la pronuncia di fallimento, al fine di evitare così l'interruzione che sarebbe risultata dalla brusca cessazione delle attività di tale impresa alla data di pronuncia del fallimento, in modo da preservare il valore di detta impresa e l'occupazione.

La Corte conclude che in tali circostanze “bisogna considerare che, poiché una siffatta operazione non mira, in definitiva, alla liquidazione dell'impresa, l'obbiettivo economico e sociale perseguito non può spiegare né giustificare il fatto che, allorché l'impresa interessata costituisce oggetto di un trasferimento totale o parziale, i suoi lavoratori siano privati dei diritti a loro riconosciuti dalla direttiva 2001/23” e che “il semplice fatto che detta operazione di pre-pack possa anche mirare a massimizzare la soddisfazione dei creditori non è atto a trasformarla in una procedura aperta al fine di liquidare i beni del cedente, ai sensi dell'articolo 5, paragrafo 1, della direttiva 2001/23. Ne consegue che si deve ritenere che una siffatta operazione abbia come obbiettivo principale la salvaguardia dell'impresa in fallimento, cosicché essa non può rientrare nell'articolo 5, paragrafo 1, della direttiva 2001/23”.

Infine la Corte pone l’accento sulla “condizione secondo la quale la procedura di cui all'articolo 5, paragrafo 1, della direttiva 2001/23 deve svolgersi sotto il controllo di un'autorità pubblica”, precisando che “occorre rilevare che la fase dell'operazione di pre-pack, che precede la dichiarazione di fallimento, non ha alcun fondamento nella normativa nazionale in oggetto. In questa prospettiva, tale operazione non è perciò gestita sotto il controllo del tribunale bensì, come risulta dal fascicolo sottoposto alla Corte, dall'organo amministrativo dell'impresa che conduce le trattative e adotta le decisioni in preparazione alla vendita dell'impresa in fallimento.”

Valutazione

La Corte di Giustizia rafforza la tutela dei lavoratori in sede di trasferimento d’impresa. Nel contempo, la sentenza complica l’attività di risanamento delle imprese in crisi, posto che sulla scorta della stessa si deve ritenere che in linea di principio nell’ambito di un pre-pack tutti i rapporti di lavoro continuino con il cessionario.

Ciò anche in considerazione della circostanza che la Corte non fornisce strumenti per valutare con certezza se un dato procedimento mira alla prosecuzione dell’impresa o sia inteso alla liquidazione dei beni ed unicamente a massimizzare la soddisfazione collettiva dei creditori. È, infatti, evidente, come possa determinarsi una certa sovrapposizione tra l’obiettivo di salvaguardare l’operatività della parte dell’impresa ceduta e quello di massimizzare la soddisfazione collettiva dei creditori.  Infatti, il valore di un’impresa che svolge ancora la propria attività normalmente è, in generale, nettamente superiore al valore dei suoi attivi, considerati singolarmente.

Vi è pertanto il rischio che il criterio della “massimizzazione della soddisfazione dei creditori” sia in realtà inidoneo a permettere una chiara distinzione tra procedure liquidatorie (rientranti nell’ambito applicativo dell’art. 5 della direttiva 2011/23) e quelle in continuità (escluse dall’ambito applicativo dell’art. 5 della direttiva 2011/23).

Avvocato, Rechtsanwalt Alessandro Honert

Avvocato, Chiara Fiorini, Gestore dell’OCC presso l’Ordine degli Avvocati di Bologna


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